Pubblicare meno, produrre di più (e meglio): la lezione di Salon

I dati prima di tutto: 33 per cento di contenuti in meno, 40 per cento di traffico in più. Con un picco di visitatori unici a dir poco invidiabile: 7,23 milioni, alla fine di gennaio. Sono i numeri della svolta di Salon, la prima rivista online, fondata nel 1995 dal giornalista progressista David Talbot. Un risultato sorprendente, ottenuto senza viral hits, ovvero quei post che potrebbero falsare il conto complessivo con un’enorme quantità di contatti. Per arrivarci, ricorda l’Editor-in-chief Kerry Lauerman su OpenSalon, è bastato «tornare alla nostra missione primaria: concentrarci sull’originalità». Ovvero, mettere in secondo piano l’aggregazione di contenuti, per produrre di nuovo in proprio giornalismo di qualità.

L’aggregazione – «la parola più incendiaria (e talvolta comica) della nostra industria», secondo Lauerman – va avanti in modo meccanico, con brevi articoli che riassumono eventi coperti estensivamente da altri. Aggregare è funzionale per arrivare primi tra i risultati dei motori di ricerca. Ma così, tutti finiscono per parlare delle stesse cose. Allora perché non proporre le storie che siano materia prima per gli aggregatori?  Il cambio di passo è stato avviato a dicembre 2011 (visitatori unici: 7 milioni). I primi ad essere stupiti sono i giornalisti di Salon.

Anche perché, ammette Lauerman, la nuova strategia non è frutto di una scelta radicale. È stato piuttosto un processo spontaneo, con un momento chiave: il ritorno di David Talbot come amministratore delegato (se n’era andato nel 2005). Il fondatore ha incoraggiato Lauerman a ridare forza, senza ambiguità, alla visione progressista del giornale, «in un’epoca di slanci populisti e lontananza dai partiti». E soprattutto, ha spinto i redattori ad essere ambiziosi ed aggressivi, per scovare storie che interessassero davvero i lettori, concentrandosi meno sui pezzi che si sarebbero potuto trovare in qualsiasi altro sito. La decisione – «completamente contraria al trend generale» – di rallentare le pubblicazioni è stata a quel punto una conseguenza naturale.

A Kerry Lauerman, del resto, sembra normale che i giornalisti siano più motivati lavorando sul proprio materiale piuttosto che su quello di qualcun altro. Secondo lui, anche nel migliore dei casi, il tempo speso ad aggregare è sottratto al reporting sul campo. Per questo, nei prossimi mesi, Salon sarà in parte un sito nuovo, con più novità esclusive e servizi di freelancers che vadano in profondità nelle loro inchieste. L’aggregazione rimarrà, ma si eviterà di toccare punti bassi. Come quest’estate, quando la rivista aggregò una delle tante storie sull’impazzimento di Charlie Sheen. Ad Adrienne LaFrance di Nieman Journalism Lab Lauerman ha raccontato di aver dato un’occhiata a Twitter, notando che ogni concorrente cinguettava la stessa cosa, prima o dopo di Salon. «Ho pensato, “Ecco come sta andando a finire. È spaventoso. Praticamente stiamo rigurgitando tutti la stessa cosa, in continuazione”». A quel punto, un’inversione di marcia non poteva non essere salutare. E, sorpresa, la conclusione è quella di sempre: per crescere, bisogna investire in qualità. «Good work matters, and can be rewarded». Anche quando è di moda fare il contrario, nella corsa ad ingraziarsi l’algoritmo di Google.

Francesco Riccardi @galbusang

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