Paolo Colonnello: «Twitter con Tangentopoli ci avrebbe sfinito»

Palazzo di Giustizia Milano

Il 17 febbraio di venti anni fa, Paolo Colonnello, cronista di giudiziaria della Stampa, scriveva per il quotidiano Il Giorno il suo primo pezzo dell’era Tangentopoli. Quella mattina Mario Chiesa, presidente del Pio albergo Trivulzio ed esponente di spicco del Psi milanese, era stato colto in flagrante mentre accettava una tangente di sette milioni di lire da un imprenditore che gestiva una piccola ditta di pulizie.

Di lì a poco Colonnello e altri giornalisti, come Piero Colaprico e Peter Gomez, vennero letteralmente travolti dall’inchiesta che avrebbe cambiato la loro carriera giornalistica. «Mi svegliavo alle 7», racconta il cronista, «passavo tutto il giorno in procura, scrivevo due o tre pezzi e andavo a letto all’una di notte. Dopo otto mesi non ne potevo più».

Era il 1992. I cellulari tra i giornalisti erano ancora pochi (e grandissimi). I computer nelle redazioni si contavano sulla punta delle dita. E Internet era ancora una parola sconosciuta. Ma come sarebbe stata Mani pulite nell’era due punto zero?

«Ci avrebbe veramente sfinito», racconta Colonnello mentre passa l’indice sul tablet. «Oggi le redazioni ci chiedono di twittare, di scrivere per il web e per la carta. Lì non sarebbe stato possibile. C’erano già ritmi di lavoro incredibili». Eppure lui, che dopo l’arresto di Chiesa si appostò per ore davanti al carcere di San Vittore in attesa di qualche indiscrezione, un rimpianto ce l’ha: «In quei giorni non mi sono fermato sufficientemente a riflettere. Quando la cronaca diventa battente è difficile fermarsi. Figurarsi cosa sarebbe accaduto con Internet». E invece, ribadisce, casi come quello «sono come una partita a scacchi: bisogna prevedere le mosse e studiare i personaggi».

E se ci fossero stati i social network? «Paolo Brosio era già un antesignano di Twitter», risponde, «faceva i collegamenti in diretta in qualsiasi momento. Io non so se l’avrei usato: in 140 battute avrei potuto dare una notizia che poteva anche scatenare il panico». E poi, continua ridendo, «se avessi twittato chi entrava e usciva dalla stanza di Di Pietro sarebbero arrivati anche quelli degli altri giornali. E noi li avremmo cacciati ancora prima dei carabinieri». Oggi invece, «in tribunale vedi i ragazzetti che twittano durante i processi anche se l’avvocato di Berlusconi si tocca il naso e si sentono fighi».

Era il 1986 quando Paolo Colonnello, poco più che ragazzino, cominciò a frequentare i corridoi del palazzo di giustizia di Milano. «Allora c’erano solo i giornali», ricorda. Quei giornali che per lui ancora vengono prima di tutto. Ha un account Twitter in cui si definisce «journalist, saxophonist». Ma con circa 70 tweets e poco più di 80 followers, si vede che lo usa poco. «Se ho una notizia certo non me la sparo su Twitter», dice sicuro mentre si sistema la cravatta, «mi è capitato di fare delle considerazioni su Facebook e il giorno dopo me le sono ritrovate sugli altri giornali. Così ora anche le considerazioni le tengo per me».

E allora come fa a conciliare web e carta per La Stampa? «Se sto seguendo un processo, per il web scrivo la notizia secca e per il giornale un articolo più ragionato con le mie considerazioni». Perché, ribadisce, «la cronaca anglosassone non esiste: il nostro compito resta quello di spiegare». E «se no che me lo compro a fare il giornale se le notizie ormai sono già su Twitter?»

Lidia Baratta @lidiabaratta

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