Roberto Bonzio: «Le certezze sono cadute. Bisogna metterci la faccia»

«Siamo come il pubblico nella sala in cui i fratelli Lumière hanno proiettato il primo film, quello del treno che arriva in stazione». Così Roberto Bonzio, creatore del progetto Italiani di Frontiera, vede il futuro dei media. Come quegli spettatori, i giornalisti possono scappare spaventati o sfruttare le potenzialità di quello che stanno osservando. Con una certezza: che di certezze non ce ne sono. «Siamo all’inizio di un’era in cui riusciamo appena a intuire che cosa succederà», spiega Bonzio. «L’interazione tra media diversi apre frontiere inimmaginabili che non solo cambieranno il modo di fare comunicazione e informazione, ma cambieranno anche il nostro modo di stare insieme».

Oggi il giornalista per Roberto Bonzio è «come un lattaio che vede il latte uscire gratis dai rubinetti. Serve decidere: o rompere i tubi oppure capire che devi cambiare il tuo lavoro». Lui ci ha provato: ha lasciato il suo posto tranquillo a Reuters per lanciare Italiani di Frontiera, un progetto nato con un viaggio nella Silicon Valley alla ricerca delle eccellenze italiane. «Guardando l’Italia dall’esterno mi sono reso conto che i suoi problemi dipendono anche da chi dovrebbe raccontarla. Anziché essere il cane da guardia del Paese, il giornalismo italiano è il suo specchio, perché ne riflette i difetti: arroganza, autoreferenzialità, supponenza, provincialismo».

E invece su cosa si dovrebbe puntare? «Personalizzazione, passione, e poi metterci la faccia anche a costo di prendere una botta sui denti, rischiare, costruire sull’errore, ricostruire sul fallimento. Cose che in Italia non siamo abituati a fare». Anche a causa di una peculiarità che Bonzio chiama «refrattarietà alla tecnologia, un handicap non solo per il giornalista ma anche per il Paese». Da cosa deriva? «Molte persone che si trovano in posizioni di potere hanno una formazione umanistica e continuano a vedere la scarsa dimestichezza con la tecnologia come un vanto. Ci rendiamo conto che l’ordine ha fatto il primo esame con i computer nel 2008! E ci sono ancora molti giornalisti che considerano il computer poco più di una macchina da scrivere. Chi parla di internet semplicemente come ‘del futuro’ andrebbe preso e cacciato a calci nel sedere».

Internet, per chi non se ne fosse accorto è il presente già da un po’. Per questo «sempre meno gente entrerà in una struttura redazionale. E quelli fuori dovranno definire sempre di più la propria figura professionale». Come? Bonzio e il suo Italiani di Frontiera propongono un modello che non solo va oltre la redazione, ma supera anche l’idea del freelance classico. «Prima l’unica soluzione era farsi ben volere da un caporedattore: la sorte dipendeva dai suoi umori e dai suoi mal di pancia. E ancora oggi per molti è così». Ma con internet tutto è cambiato: «Io», dice Bonzio, «non mi sono mai preoccupato di proporre a qualcuno quello che faccio. Il mio modello non prevede la collaborazione con testate, non guadagno dalla pubblicazione. Su internet sono sempre presente. Pubblico interviste e video, utilizzo i social network, ma monetizzo da attività che affiancano il web. Il cuore di Italiani di Frontiera sono storytelling multimediali, conferenze che presto diventeranno anche uno spettacolo teatrale. E poi convegni in Italia e all’estero, seminari di formazione, tour di imprenditori e manager nella Silicon Valley. Certo, è un modello da inventarsi. Ci vogliono fantasia e umiltà. Serve rischiare e imparare costantemente. Significa diventare un po’ imprenditori, con un grosso lavoro di autopromozione. Senza scrivania e routine mi sento più giornalista di prima.» «Non è l’apocalisse», conclude Bonzio: è la rete.

Paolo Fiore @paolofiore

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