Maurizio Di Lucchio: «E se la Rete ci stesse rendendo più pigri?»

Il web, oltre a essere una miniera di spunti per l’informazione, può anche farci diventare pigri. Parola di giovane giornalista freelance, che in Rete trascorre gran parte della sua giornata. Maurizio Di Lucchio, 30 anni, il 16 gennaio ha pubblicato un post sul blog del Corriere.it “La Nuvola del lavoro” di Dario Di Vico. Buon per lui, direte voi. Ma da quell’opportunità, Maurizio ne ha tratto una riflessione, che ha voluto condividere con #faremonotizia.

Il titolo del pezzo era “L’iper-flessibile Claudia, 31 anni e 18 lavori”. «A segnalarmi la storia – racconta Maurizio – è stato un collega. Mi sono procurato il numero di Claudia grazie a un’altra giornalista, che solo dopo l’intervista ho scoperto essere l’autrice di un articolo che raccontava la stessa vicenda». Il pezzo è tra i più letti del blog, anche perché il caso di una ragazza che a soli 31 anni ha già cambiato 18 lavori fa un certo effetto.

Fin qui tutto normale. «Quello che è successo dopo mi ha un po’ stupito», continua Maurizio. «Dal giorno successivo alla pubblicazione dell’articolo ho cominciato a ricevere decine di telefonate da altri colleghi che mi hanno chiesto una mano per mettersi in contatto con Claudia. Non menziono per riservatezza i loro nomi. Ma si trattava di giornalisti che lavorano per alcuni dei più conosciuti talk show di approfondimento». In breve, insomma, la ragazza dei 18 impieghi a 31 anni era diventata il simbolo del lavoro precario made in Italy. Tutti volevano sentirla e intervistarla.

Dopo qualche settimana, la storia raccontata da Maurizio su “La Nuvola del lavoro” raggiunge anche gli Stati Uniti. Così una giornalista del New York Times/International Herald Tribune lo contatta per scrivere un reportage sulla fine del posto fisso nel nostro Paese. «Il lavoro della corrispondente del NYT, però, è stato diverso», dice Maurizio, «perché partendo da Claudia, poi ha raccolto anche altre vicende». Tanto che al centro del pezzo “In Italy, Facing the End of the Lifetime Job” c’è Luca Nicotra, 29enne che lavora per Agorà Digitale, e non la ragazza dai 18 lavori.

L’ennesimo insegnamento del giornalismo anglosassone? Non solo. Secondo Maurizio si tratta di un esempio che mostra chiaramente il rischio della deriva verso la pigrizia a cui potrebbe condurre la Rete. «Una singola storia, quella di Claudia, grazie al tam tam su Internet, è stata ripresa da tutti», spiega. «Normalissimo, per carità. Ma è come se si trattasse di una storia totalmente unica. Purtroppo, di giovani che in Italia hanno avuto disavventure del genere con il lavoro ce ne sono tante. Cercandole, di sicuro verrebbero fuori altre storie interessanti quanto quella di Claudia».

Ma alla fine anche Maurizio confessa: «Molto probabilmente, se non fossi stato la persona che ha scritto il pezzo, anche io avrei fatto quello che hanno fatto gli altri colleghi, cioè telefonare all’autore dell’articolo e chiedere la cortesia di entrare in contatto con la “protagonista” della storia». Ma «in assenza di Internet e dei social, non avremmo avuto l’impulso di cercare altri casi anziché riproporre sempre gli stessi? Quanto spesso ci limitiamo a frugare nella Rete per cercare la stessa vicenda, quando invece, se ci guardiamo intorno, ne escono anche altre, non meno interessanti?».

Lidia Baratta @lidiabaratta

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