Federico Sarica, la rivista “Studio” e il ritorno alle cose fatte bene


Warning. Diffidare dai guru con la verità in tasca, dai corvacci con il torvo declinismo sempre fumante nella fondina, dai gamberi conservatori che entrano in redazione camminando con lo sguardo perennemente rivolto all’indietro, dai cavalli pazzi lanciati col paraocchi verso mirabolanti frontiere digitali, presunte terre promesse che si rivelano poi spesso oasi nel deserto, miraggi. Fuffa.
I tempi sono, per tutti noi operatori dei media, pionieristici. Quindi non resta che procedere per tentativi. Che è cosa ben diversa dal procedere a tentoni; significa piuttosto sedersi, studiare, ragionare, individuare dei passaggi, trasformarli in progettualità e intraprendere, senza perdere di vista gli altri, una propria personale strada. Ben consapevoli che intraprendere non significa farcela a tutti costi, ma provarci sapendo che si potrebbe benissimo fallire.
Il rischio di impresa, per cultura, comprende il fallimento. E oggi, muoversi nei media, fare il giornalista o l’editore, è un’impresa a tutti gli effetti. Credo sia importante sottolinearlo adesso e qui dove, specie nei paesi come il nostro, la preoccupazione è sempre e solo il paracadute e mai il fatto che, praticamente senza accorgercene, abbiamo totalmente disimparato a volare. Così camminiamo lenti e impacciati, zavorrati dalla paura di farci male.
La nostra strada si chiama Studio, bimestrale cartaceo rigorosamente in edicola e sito online aggiornato con frequenza quotidiana. Una doppia velocità per noi naturale: un modello che più che plasmato PER la contemporaneità, è plasmato DALLA contemporaneità. Sulla rivista racconto, sul sito accompagno il flusso e condisco la media diet dei lettori che ci hanno scelto, e sui social media presidio, rilancio, gioco, mi relaziono, senza forzare o stretchare la tecnologia.
Il modello editoriale di Studio? La scoperta dell’acqua calda: il ritorno alle cose fatte bene e con la consapevolezza di un media che nasce in piena era post crisi dei giornali. E quindi: sostenibilità dei costi, senso delle proporzioni, qualità, originalità ed entusiasmo. Tanto entusiasmo. Banale? Forse. Scriveva Annalena Benini sul Foglio di giovedì 15 marzo – recensendo l’ottimo 39esimo numero di IL del Sole 24 Ore, il primo diretto da Christian Rocca – che “non si può smettere di leggere giornali che fanno divertire anche perché chi li scrive si sta divertendo”.
Commentavo su twitter che quella frase è la nostra ragione sociale. Ci stiamo divertendo un mondo e i lettori con noi. Ingenuo? Naif? Meno di quello che si potrebbe pensare. Ne riparleremo.
Federico Sarica
direttore di Studio

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